domenica 20 marzo 2011

Mascalzone Latino Leads 2011 Audi Sailing Series In Naples - Melges32.com

Mascalzone Latino Leads 2011 Audi Sailing Series In Naples - Melges32.com

Il Ferrarese Racing Team vince la Ficker Cup

Ieri, 19 marzo, in una giornata con 12 nodi di vento, il Ferrarese Racing Team, dopo aver vinto il Round Robin e i quarti di finale nei giorni precedenti, ha battuto in semifinale lo statunitense Chris Nesbitt. Successivamente Ferrarese ha sconfitto in finale, con un 2-1, il team neozelandese di William Tiller aggiudicandosi la Ficker Cup e lasciandosi alle spalle oltre all’equipaggio di Tiller anche quello statunitense di Bob Hughes (con l’australiano Torvar Mirsky alla tattica) che hanno chiuso rispettivamente al secondo e al terzo posto.
Simone Ferrarese al telefono, palesemente soddisfatto racconta: “sono molto contento di aver conquistato questo prestigioso trofeo che, in passato, era andato a grandi professionisti del match race come Scott Dickson, John Kostecki e Terry Hutchinson. Voglio ringraziare il mio equipaggio che ha lavorato in piena sintonia, con grande concentrazione e professionalità. E’ inoltre un onore aver conquistato un posto alla Congressional Cup, in cui sfideremo equipaggi che si trovano ai primi posti della ranking list mondiale.”

Il Ferrarese Racing Team, portacolori dello Yacht Club Cortina d’Ampezzo, resta dunque a Long Beach in California dove martedì 22 marzo prenderà il via la Congressional Cup. All’evento che si disputerà sempre a bordo dei Catalina 37’, parteciperanno, tra gli altri, il siciliano Francesco Bruni, il francese Mathieu Richard e l’inglese Ian Williams rispettivamente all’ottavo, terzo e quinto posto della ranking list mondiale di match race.
Il Ferrarese Racing Team è composto da Simone Ferrarese (Timoniere), Michele Valenti (Randista), Alessandro Saettone e Corrado Capece Minutolo (Tailer), Roberto Innamorato (drizze) e Andrea Quartulli (prodiere).

da: http://www.marinepartners.net/2011/03/il-ferrarese-racing-team-vince-la-ficker-cup/

domenica 6 marzo 2011

LNI Newsletter nr. 19


Francesco Bruni tra regole, Olimpiadi e match race

America’s Cup, Francesco Bruni tra regole, Olimpiadi e match race
Redatto da Zerogradinord il 5 marzo 2011 @ 19:31
Miami – Le nuove regole destinate a governare il match race in Coppa America sono state il principale oggetto di un’interessante chiacchierata tra Francesco Bruni e Zerogradinord.it. Il talento palermitano, già skipper di Azzurra e attualmente impegnato come tattico di Vincenzo Onorato nelle aque di Miami, ha parlato anche della scelta di tentare le selezioni olimpiche con la Star e della sua passione per l’uno contro uno.
ZGN: Ciao Francesco e grazie del tempo che ci stai concedendo. Partiamo dall’argomento del momento: hai avuto modo di leggere le nuove regole per il match race in Coppa America? Qual’è la tua prima impressione?
FB: Beh, partiamo dal presupposto che i cambiamenti introdotti mirano proprio a rendere il match race interessante anche utilizzando i multiscafi. ISAF e Defender, nello stilare le nuove regole, hanno capito che riadattare semplicemente le vecchie norme non sarebbe bastato per rendere le regate interessanti. Anzi, sarebbe potuto essere quasi pericoloso. Pensiamo, ad esempio, all’individuazione della zona d’ingaggio in corrispondenza dei giri di boa: questa resterà di tre lunghezze solo per la prima boa al vento, mentre in tutte le altre diventerà di sei lunghezze. Si tratta senza dubbio di un cambiamento notevole. Altra cosa molto particolare, che non ti nascondo mi lascia un po’ dubbioso, è il nuovo sistema di assolvimento delle penalità. Non si tratterà più di compiere un giro su sé stessi, ma si verrà rallentati forzatamente dai giudici, dai quali dipenderà la decisione di quando farti ripartire. Se ho ben capito, i giudici saranno sia in acqua che in una stanza di regia con telecamere e quant’altro, e ti faranno rallentare sino a quando non riterranno riparato il danno subito dall’avversario in seguito alla tua manovra errata. Questa mi sembra una forzatura, un qualcosa di poco dinamico, anche se, probabilmente, un giro su sé stessi, a bordo dei catamarani, risulterebbe molto più penalizzante.
ZGN: Guardiamo allo spettacolo. Pensi che il pubblico farà fatica a capire il nuovo sistema di penalizzazione?
FB: Credo di si. Specie chi sarà chiamato a commentarlo farà fatica a illustrarne il funzionamento. E’ un sistema che, di primo acchito, appare macchinoso. Ma non lo criticherei sotto questo punto di vista. Quello che mi lascia dei dubbi, dal punto di vista della spettacolarità, è vedere un barca che rallenta, molla le vele, si ferma e poi riparte, liberata dagli umpire. Mi pare molto meno spettacolare del vedere una barca che fa un giro su sè stessa proprio sulla linea di arrivo, mentre sta sopraggiungendo l’avversario. Questo a mio parere rappresenta un danno per la spettacolarità della regata. D’atro canto, però, mi rendo conto che compiere un giro su sé stessi con un catamarano è un’operazione che può costare parecchio in termini di tempo. Insomma, è materia delicata, che certo merita di essere debitamente approfondita.
ZGN: Secondo Torvar Mirsky la norma relativa al sistema di penalizzazione lascia troppo spazio all’interpretazione degli umpire e, di conseguenza, si corre il rischio di strascichi polemici in banchina. E’ un rischio concreto?
FB: Si. E’ un commento giusto. Pensiamo, ad esempio, che nel match race le critiche mosse agli umpire riguardano quasi esclusivamente la decisione di utilizzare la bandiera rossa per comminare una penalità immediata. E le critiche nascono proprio sul metro di giudizio impiegato dagli arbitri per estrarre o meno la bandiera rossa. Credo che attorno a questa norma si accenderanno numerosi scambi di opinione. D’altronde, va aggiunto, non tutti i sistemi sono perfetti e sinceramente non ho pensato a un’altra soluzione adeguata. Per esempio gli Extreme 40 usano come penalità, anziché un giro completo, una virata quando sei di bolina e una strambata nelle andature di poppa…
ZGN: Importanti cambiamenti riguarderanno anche le procedure di partenza. Invece che ai quattro minuti, si entrerà ai tre e la barca che entra con mure a dritta entrerà quindici secondi dopo l’vversario…
FB: Hai detto bene: anche questa è una differenza abissale. Nel nuovo match race di Coppa America non ci sarà più il dial-up perché si è data la possibilità alla barca entrante con mure a sinistra di incrociare a prua dell’avversario. Inoltre si è ridotto il tempo del pre-partenza, ma forse non è un male visto che, senza dialup e circling, difficilissimi da fare con il catamarano, sarà inevitabilmente noioso. Credo che gli equipaggi si limiteranno ad un’andatura al lasco sino al raggiungimento della layline del Comitato di Regata. Una volta raggiunta la giusta posizione stramberanno e vireranno per portarsi verso la linea.
ZGN: Chi entra mure a sinistra, par di capire, non sarà così svantaggiato come invece accade con il sistema classico…
FB: Bravissimo, è proprio così. Hanno consentito a chi entra mure a sinistra di incrociare a prua dell’avversario perché si sono resi conto che due catamarani che vanno in dial-up diventano incontollabili. E’ inevitabile che si fermino sull’acqua e la nuova Coppa America punta sulla velocità. Di conseguenza, in questa fase, ne risentirebbe lo spettacolo e i catamarani giocherebbero un gioco che non è il loro.
Come dicevi tu, ci sarà un allontanamento dalla linea con la barca mure a sinistra che incrocia a prua dell’altra, poi un riavvicinamento con un po’ di fish tailing, cioè con il classico gioco della barca dietro che spinge la barca davanti, e, infine, il time on distance per il corretto approccio alla linea. Tutto molto semplificato. Non ho paura di essere smentito quando dico che, sicuramente, questa parte sarà poco spettacolare.
ZGN: Questa era una delle due notizie principali della settimana. La seconda, che sta avendo grande seguito sui siti di vela italiani, riguarda la tua intenzione di tentare la qualifica per i Giochi di Londra 2012…
FB: Già… la Star non mi è mai passata di mente. Ho dovuto metterla da parte perché durante i due anni passati, tra Azzurra, il match race e altri impegni, sono stati desi di avvenimenti. A sgombrare a mente dai possibili dubbi residui sono state le selezioni molto semplici decise dalla Federvela: si corre tutto nel giro di un mese e mezzo e questo mi ha invogliato a riprovarci. Lo faccio con lo spirito di chi si si vuol divertire. Navigare in Star mi è sempre piaciuto, è sempre stato un piacere farlo e, visto che in questi mesi ne ho la possibilità, ci provo. Mi rendo conto che non sarà facile superare le selezioni: Negri, Celon e gli altri si stanno preparando con impegno da più di due anni. Il fatto che non abbiano avuto grandissimi risultati mi lascia sperare un po’, però so bene che sarà molto difficile.
ZGN: Quando si parla di Star, si parla anche di progetto vele, barca, ecc. Tu come ti presenti a questo tentativo? Avrai una barca nuova?
FB: No, purtroppo non c’erano i tempi giusti per poter costruire una barca nuova. Ci presenteremo con una barca charterizzata, seminuova, ma charterizzata. Abbiamo due o tre opzioni e dobbiamo ancora decidere quale scegliere. Le vele che ci accompagneranno saranno le North Sailis che ultimamente hanno fatto dei passi avanti rispetto alle Quantum. Insomma, ci presentiamo per divertirci e se viene anche il risultato, tanto di guadagnato.
ZGN: Dovesse esserci una qualificazione, andrai incontro a un evento che si svolgerà nel 2012 e che, ovviamente, ti obbligherà a un impegno importante nel corso del prossimo anno. Come pensi di sposare questa attività con quella di un’eventuale campagna di Coppa America?
FB: Beh, siccome la Coppa America ancora non è entrata nel pieno dell’attività, per ora non mi pongo ancora il problema. Poi, nel momento in cui avrò questa difficoltà, prenderò una decisione, ma ti dico già ora che se avrò una qualificazione in tasca per Londra 2012, non ci rinuncerei mai, per nient’altro al mondo. Ripeto, per ora la Coppa è in una fase di stallo, soprattutto per i team italiani, quindi non ho voglia di star fermo ad aspettare tempi migliori. E’ un’ipotesi fin troppo ottimistica quella di poter vincere le qualificazioni e magari avere anche una richiesta effettiva di lavorare in Coppa: a quel punto sarei davvero la persona più fortunata al mondo.
ZGN: Ad Atene hai combattuto per la medaglia sino all’ultima giornata ed eri già alla terza partecipazione. La qualificazione è un sogno che insegui a prescindere o per cavarti l’amaro che proprio la trasferta ad Atena ti ha lasciato in bocca?
FB: Beh, tutte le campagne olimpiche mi hanno lasciato un po’ di amaro in bocca quindi, ogni quadriennio che passa, mi piacerebbe avere la possibilità di riprovarci. In Cina non è stato possibile per altri impegni, ma la medaglia resta un sogno. Il sogno di tutti i velisti che sono passati attraverso le classi olimpiche e non importa che tu l’abbia conquista o meno: quando sei lì è come fosse la prima volta. Dev’essere però chiara una cosa: non si può pensare alla medaglia se non si vincono le selezioni per la proprio nazione. E’ necessario pensare a diverse fasi: prima c’è la fase uno, la qualificazione, e poi si pensa alla medaglia.
ZGN: Appena finita la Bacardi Cup, quindi, rientrerai in Italia e continuerai la preparazione con la Star?
FB: Purtroppo prima dell’impegno con Leone (ndr, Rocca), avevo occupati il calendario con altre competizioni. Sicuramente ogni minuto disponibile lo dedicherò alla Star. Ripeto, è una cosa che abbiamo deciso all’ultimo momento e faremo il possibile per presentarci preparati, al punto che qui a Miami, prima della Bacardi, stiamo uscendo nei ritagli di tempo con la Star. Purtroppo non posso annullare tutti gli impegni presi prima di questa decisione. Andrò alla Congretional Cup, e poi, una settimana prima di Palma, andremo in zona per fare un po’ di allenamento. Tra gli appuntamenti che non posso mancare cìè anche la Congressional Cup, che l’anno scorso abbiamo vinto, e alla quale non posso mancare.
D: …vai a difendere il tuo blazer rosso…
FB: …esatto. Non mi piace mancare ad impegni che già avevo preso.
D: A proposito di match race, questa nuova attività inciderà sulla tua presenza alle tappe del World Match Racing Tour o pensi di essere presente a tutti gli eventi?
FB: Ho deciso di fare le selezioni anche perché non andranno in conflitto, per fortuna, con nessuna tappa del World Match Racing Tour. Le selezioni si chiudono a metà maggio e il World Match Racing Tour inizia proprio subito dopo e proseguirà tutto l’anno. Anche questo mi ha dato lo stimolo per ritentare la campagna olimpica. Quando ho preso il calendario in mano e ho visto che le selezioni si svolgevano in un limitato periodo di tempo, ho deciso. Un periodo breve ma intenso, perché Palma, Hyeres e l’evento sul Garda, cadono tutti nell’arco di un mese e mezzo.
D: Anche nel World Match Racing Tour porterai con te una novità: non sarai più porta bandiera di Azzurra, ma di Mascalzone Latino…
FB: Si. Ci siamo iscritti come Mascalzone Latino, che ci da una mano e ci supporta. L’equipaggio sarà più o meno quello dello scorso anno. Siamo ormai affiatati e speriamo di raccogliere buoni risultati.
D: Dagli avversari cosa ti aspetti? Non ci sarà Adam Minoprio, magari potrebbe essere sostituito da qualche giovane talento…
FB: Beh credo che Ian Williams sarà focalizzato più degli altri anni per vincere il titolo. Penso che, assieme a lui, saranno da tenere sotto stretta osservazione Torvar Mirsky e Mathieu Richard. Peter Gilmour, che l’anno scorso non ha fatto bene, è sempre uno che ha una grossa esperienza. Tra i giovani non si può non nominare il kiwi Phil Robertson: ha grinta e talento. Ci sono grandi nomi nel World Match Racing Tour, tanti con esperienza e altri nuovi, ma tutti da tenere sotto controllo. Sarà dura, ma le sfide difficili piacciono… la mia Star ne sa qualcosa.

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3D Animation -- March 5, Barcelona World Race

Destopnews 9-2011 English 2nd Part

DAY 1 Oracle RC44 Cup San Diego

mercoledì 23 febbraio 2011

15 febbraio 1635: Buon Compleanno Galileo!

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 “E parendo a noi che tu non avessi detto intieramente
la verità circa la tua intentione, giudicassimo esser
necessario venir contro di te al rigoroso esame;
nel quale, senza però pregiuditio alcuno delle cose
da te confessate e contro di te dedotte come di sopra
circa la detta tua intentione, rispondesti catolicamente”

Era notte senz’altro buia, e indubbiamente tempestosa.

Ma il buio veniva rotto dal lampeggiare delle torce e dei roghi che laceravano le tenebre usuali della valle alpina e orizzontale. E l’urgenza tempestosa non era data dai cumuli scuri che pure rimanevano indecisi sulle creste dei monti, pronti a vomitare pioggia e vento, ma dalle burrasche che agitavano gli uomini che in quella valle urlavano, inseguivano, scappavano, per salvare una vita o per reciderla. Non era notte silenziosa, quella.

Ogni cosa è un gridare, un fuggire, un dar di piglio all’armi, chi per difesa, chi per offesa, e piombare sovra i nemici, e difendentisi invano, gridanti a Dio mercé della vita e dell’anima, tra le braccia delle care donne che ponevano i bambini a pié dei sicarj per ammansarli, e tra i singulti degli innocenti figliuoli, nelle case, per le strade, sui tetti, trucidarli. […] Ben sessanta vennero in diversa foggia scannati, fra cui tre donne, e le altre ed i fanciulli perdonati se abbracciassero la cattolica fede. II Robustelli […] schioppettò un trenta persone, poi mise fuoco al paese. Falò, diceva egli, per la ricuperata libertà di religione. Che premeva a costoro? Che difendevano essi? La religione di Cristo? No, se ne falsavano il primo precetto, il supremo distintivo, amare. Era abitudine di antichi riti, era quel furore che accompagna le fazioni, era zelo iniquamente incitato da fanatici capi, che predicavano questi orrori nel nome del Dio della pace, a sostegno di una religione, che deve essere propagata con armi incolpate, colla santità degli esempj, coll’efficacia della parola e della grazia. Guai se la plebe comincia a gustare il sangue! È un ubbriaco, che più beve, più desidera il vino. [1]

Come riescono gli storici a darsi ragione del pensiero e del carattere d’un uomo? È già difficile farlo coi propri contemporanei, pure in questi tempi nostri in cui è conoscibile quasi ogni respiro dei personaggi pubblici. Ciò non di meno se, come è normale che sia, il personaggio è personaggio di parte, allora inevitabilmente anche oggi si avranno descrizioni sommamente diverse a seconda della parte dello scrivente. Il giudizio univoco non può allora non sfuggire, e forse questo non fa altro che rendere giustizia alla memoria, perché è davvero difficile che un uomo riesca ad essere contenuto in una sola etichetta. Angelo o demonio, santo o assassino, genio o idiota. La verità non è quasi mai d’un solo colore; ad esempio, è davvero difficile catalogare Nicolò Rusca.
Arciprete di Sondrio quando la cattolica Valtellina era sotto il controllo politico dei protestanti Grigioni, Nicolò Rusca venne arrestato nel 1618 e incarcerato a Thusis, dove finivano regolarmente tutti i cattolici accusati di qualche reato politico. Il processo comprendeva, a quei tempi, anche una ragguardevole dose di torture, e Rusca ne subì tante da non sopravvivere al trattamento. Di lui si rammenta una celebre frase: “Odiate l’errore, non l’errante” (secondo altre fonti, la frase suona ancora più esplicita “Odiate l’errore, amate gli erranti”), e il soprannome con il quale adesso è ricordato “pastor bonus”, cioè il “buon pastore” che morì per la salvezza del proprio gregge. Essendo morto sotto le torture del boia quando nella sua terra la religione cattolica era minoritaria, è naturale che venga ora considerato degno di beatificazione: ed infatti la prima proposta in tal senso data addirittura 8 Novembre 1927. Il percorso canonico ha subito però lunghe soste, per poi riprendere con più vigore nel 1996, quando in Sondrio si è concluso un nuovo processo diocesano in proposito.

Quando Nicolò Rusca era in vita, la regione politica nella quale viveva era la Rezia: un bel nome latino, che si rammenta insieme ad altri toponimi dell’Impero Romano e, soprattutto, che si ritrova nella dizione “Alpi Retiche”: e infatti la Rezia è tutt’ora riconoscibile nella fusione della svizzera Engadina e dell’italiana Valtellina, due valli alpine insolitamente orientate da est a ovest, “orizzontali”, in una orografia che è invece abituata a vedere le valli correre in direzione nord-sud, ma le eccezioni sono tantissime (a cominciare dalla Val d’Aosta). Le unisce la stretta Val Poschiavo e il Passo del Muretto; all’inizio del Seicento erano quasi un laboratorio politico, poiché rappresentavano una sola unità politica abitata da due diverse confessioni: maggioranza evangelica in Engadina e maggioranza cattolica nella Valtellina. Maggioranze, però: non totalità; in entrambe le valli v’erano minoranze della confessione non predominante, e l’Europa tutta – allora assai sensibile al terremoto geopolitico della Riforma – osservava con curiosità quella convivenza di fedi diverse.

La già citata morte per torture dell’arciprete di Sondrio preannuncia che tale convivenza non fu certo serena e tranquilla. Anzi, a voler dare ascolto a tutte le parti, si scopre che ancora oggi Nicolò Rusca, quasi santo per i fedeli cattolici, è visto sotto una luce ben diversa dagli occhi protestanti:

Ma con l’avanzare della Controriforma, l’odio dei cattolici valtellinesi verso la minoranza protestante, fomentata dai predicatori francescani e domenicani, inviati dall’arcivescovo di Milano cardinale San Carlo Borromeo (1538-1584), arrivò a livelli di elevata intolleranza, nonostante i richiami alla pacifica convivenza lanciati dai pastori Ulisse Martinengo e Scipione Calandrini (e proprio per questo motivo i cattolici, sobillati dall’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, per ben due volte, cercarono di uccidere quest’ultimo).[…] Ma questo fu niente in confronto alla rivolta dei cattolici contro i protestanti della Valtellina del 1620, che sfociò in uno spaventoso pogrom […] Il fomentatore principale fu il fanatico arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, vero agitatore delle folle cattoliche e sprezzante delle leggi che cercavano di mantenere un pur delicato equilibrio tra le due comunità. Egli venne arrestato e processato a Thusis nel 1618 per il tentato omicidio, sopraccitato, di Scipione Calandrini, ma morì durante le torture dell’interrogatorio. [Da www.eresie.it, di Douglas Swannie.]

La morte per tortura nel carcere di Thusis sembra essere l’unico punto sul quale concordano sia la versione cattolica che quella protestante. Tolto questo, i ritratti che abbiamo di Nicolò Rusca non potrebbero essere più diversi: santo e martire per una parte, fanatico fomentatore di omicidi per l’altra. Purtroppo però ci sono altri punti nei quali le cronache coincidono, ed è nel raccontare cosa accadde nei mesi successivi alla morte del Rusca. Nel processo di Thusis per il tentato omicidio di pastori protestanti vennero condannati, oltre a Rusca, anche i fratelli Planta e Giacomo Robustelli. Quest’ultimo riuscì, due anni più tardi, a ritornare in Valtellina e ad organizzare quello che, con termini crudeli ma assai appropriati, Cesare Cantù chiamò poi il “Sacro Macello della Valtellina”.
All’avviso, i Besta corrono coi manigoldi addosso alla chiesa degli Evangelici e prima li prendono a tiri di scaglia dalle finestre, poi, atterrate le porte, a coltella li sgozzano. Diciannove rifuggirono nel campanile, e gli insorgenti, messovi fuoco, li soffocarono. D’ogni sesso, d’ogni età, fin settanta ne uccisero, fin un cattolico, Bonomo de Bonomi, perché non prendeva parte all’esecrando atto. Fin te, povera Margherita di quattordici anni, che, colla viva eloquenza d’una giovinezza innocente, opponevi il capo alle ferite dirette al sessagenario tuo padre Gaudenzio Guicciardi. […] Si figuri a cui regge l’animo l’orrore di quel giorno, quando ben cenquaranta furono trucidati, ed un Agostino Tassella, coll’insensata gioja del delitto, come di bellissima prodezza andava trionfante d’averne egli solo mandati diciotto a casa del diavolo; e un tal Cagnone si vantava pronto a trafiggere anche Cristo; e la ciurmaglia, stanca ma non satolla, facendo insane gavazze in Campello, gridava: ecco la vendetta del santo arciprete. […]Andrea Paravicini da Caspano, preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo. E si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito. Né fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore. Ignobili affetti presero il velo della religione, e coll’eterna iracondia del povero contro il ricco, contadini e servi piombarono sui loro padroni, i debitori su cui dovevano, i drudi sui cauti mariti. Molte donne, ancora e nella florida e nella cadente età andarono a fil di spada. […] Che più? Fanatici frati, sacerdoti del Dio che perdona, aizzavano la moltitudine, quasi non credessero poter essere zelanti senz’essere feroci. Battista Novaglia a Villa tre di sua mano ne scannò; frate Ignazio da Gandino venne a posta da Edolo; l’arciprete Paravicini inanimava i suoi Sondriesi a tuffarsi nella strage dei fratelli; il Piatti, curato di Teglio, attaccò il dottor Federici di Valcamonica, e fatto il segno della croce quale portava nella mano sinistra e una spada nella destra, ammazzò detto dottor Calvino con altri seguaci; il domenicano Alberto Pandolfi da Soncino, parroco delle Fusine, con uno spadone a due mani guidava il suo gregge a trucidare i fratelli di quel Cristo, che aveva detto: Non ucciderai. Il Sacro Macello e allora e poi fu lodato come santo e generoso da storici, da principi e da papi. Ma al secolo mio, al secolo che pure macchiò le mani di sangue e di che sangue, e di quanto, io non ardirò domandare se possa lodarsi quella impresa: domanderò solo se possa scusarsi. [1]

Il Sacro Macello insanguinò tutta la Valtellina nella notte tra il 18 e il 19 Luglio 1620. I fanatici cattolici cominciarono la strage a Tirano, dove andarono a prelevare i protestanti evangelici nelle loro case, e poi proseguì a Teglio, dove venne incendiata la chiesa protestante piena di fedeli. Si concluse infine a Sondrio, dove circa settanta persone riuscirono a fuggire verso l’Engadina, ma tutti gli altri caddero sterminati. Il bilancio di questa “notte di san Bartolomeo” valtellinese non è ovviamente sicuro, ma si ritiene che caddero “macellati” circa settecento protestanti.
L’episodio viene talvolta annoverato come una delle cause scatenanti la terribilissima Guerra dei Trent’Anni, anche se non è certo famoso quanto la celeberrima “defenestrazione di Praga”, che immancabilmente viene citata come episodio critico per lo scatenarsi della guerra. La cosa è in fondo comprensibile: per quanto non sia certo confrontabile sul piano umano la strage di settecento persone rispetto ad un inoffensivo volo di pochi metri da un davanzale boemo da parte di pochi emissari cattolici, è indubbio che sul piano politico la defenestrazione dei diplomatici ebbe una maggiore risonanza. Il 23 Maggio 1618, nel castello di Hradcany in Praga, alcuni aristocratici boemi sollevarono di peso due rappresentanti imperiali e uno scrivano e li gettarono dalla finestra. I nobili boemi erano molto arrabbiati perché, da protestanti, poco gradivano l’elezione al trono del Sacro Romano Impero del cattolicissimo Ferdinando II di Stiria. I tre malcapitati non si fecero troppo male (salvati da un poco elegante ma assai provvidenziale mucchio di letame), ma il significato politico del gesto fu tale da mettere a ferro e fuoco il continente. Incidentalmente, il salto dei davanzali sembra essere uno sport nazionale nella dolce capitale ceca: oltre a questa, certo la più famosa e “seconda” in ordine cronologico, di “defenestrazioni di Praga” se ne contano altre due: una nel 1419 (e qui i morti ci scapparono) che dette inizio alla Guerra Ussita, e un’altra nel 1948, quando il Ministro degli Esteri Jan Masaryk venne trovato cadavere sotto la finestra del suo Ministero.

La guerra che ne seguì fu forse la più devastante guerra della storia d’Europa, con la sola possibile eccezione delle due guerre del Novecento, secolo sanguinario per eccellenza. Dal 1618 al 1648 quasi tutta l’Europa fu ridotta a mero campo di battaglia: a differenza di quel che succedeva nei secoli precedenti – e anche a differenza di quel che accadrà nei secoli immediatamente successivi – la guerra sarà soprattutto guerra che massacrerà la popolazione civile, più ancora che gli eserciti. Oltre alle armi, saranno la fame, le carestie e la peste a tormentare il continente, soprattutto la sua parte centrale, al punto che le conseguenze sulla demografia delle nazioni colpite saranno evidentissime, e il grande incremento demografico del Cinquecento sarà rapidamente restituito alle casse della storia. Gli storici sono soliti suddividere in quattro fasi la Guerra dei Trent’Anni: Boemo-Palatino, Danese, Svedese e Francese, che quantomeno evidenziano il gran numero di paesi impegnati. Fu talmente profonda la cicatrice lasciata dalla guerra sulle nazioni coinvolte che la conclusiva Pace di Westfalia servì soprattutto a sancire l’esaurimento delle forze coinvolte. Guerra crudele e vinta con clamorosa evidenza solo dalle nazioni che riuscirono a rimanerne fuori: il dominio mercantile dei Paesi Bassi e quello politico dell’Inghilterra prendono il via dalle fumanti rovine della più sanguinaria guerra del Seicento, alla quale si guardarono bene di partecipare.

Non erano certo solo cause di libertà di confessione religiosa, in gioco, anzi: ma non di meno era quello periodo storico in cui era facilissimo morire per una parola sacra detta o non detta. I roghi bruciavano eretici da una parte e dall’altra, e non è possibile contare – neanche in maniera approssimata – quante donne e quanti uomini siano morti perché credevano in una fede diversa da quella dei loro carnefici.

Il millennio medievale viene spesso descritto dagli storici come il periodo della storia occidentale in cui l’idea di Dio permea e governa ogni aspetto della vita umana. La maniera di porsi nei confronti della natura, della vita, dell’universo, della morte, della conoscenza era sempre regolamentata dall’ideale e costante presenza immanente del Creatore. L’uscita da questo periodo (comunque così lungo e vasto che è sempre ardita semplificazione il trattarlo come un tutto unico) è caratterizzata da sconvolgimenti e rivoluzioni: culturali ed economiche, come la scoperta di nuovi mondi; intellettuali e artistiche, come i motivi del Rinascimento; ma anche etiche e religiose, come la messa in discussione della sovranità della Chiesa di Roma da parte dei riformatori religiosi. Tra la morte di Lutero e la fine della Guerra dei Trent’anni corre un secolo quasi esatto (centodue anni: Martin Lutero muore nel 1546, la guerra dei Trent’anni termina nel 1648), e sono cento anni di costante tensione storica; così forte da avere, più ancora di altri periodi, un costante impatto anche sulle vite degli individui.

La più grande gloria scientifica italiana conduce la sua vita interamente in questo sconvolgente arco di tempo. Galileo Galilei, figlio di Vincenzo e di Giulia, vede la luce a Pisa il 15 Febbraio 1564. Vivrà 78 anni intensissimi, prima di spegnersi ad Arcetri, e sarà l’artefice principale di una delle rivoluzioni sopra citate, quella che forse più ha contribuito a traghettare il mondo verso i tempi moderni. Galilei chiede al suo mondo di provare, toccare, sperimentare, anziché credere all’autorità costituita. Per quanto assediato ai tempi nostri da innumerevoli falsi profeti, il metodo scientifico è in realtà talmente assorbito dal mondo accademico moderno che non è neanche immaginabile poterne fare a meno. Un’ipotesi deve essere passata al vaglio dell’esperimento, o non diventerà mai scienza. È estremamente semplice, in fondo, ma non era affatto così ai tempi di Galileo, quando le Autorità, di qualsiasi tipo esse fossero, non avevano intenzione alcuna di sottoporsi a verifiche di nessun tipo, anzi.
È assolutamente fuori discussione l’idea di ripercorrere in queste righe la densa vita dello scienziato pisano; è però curioso rivisitare alcune delle attività che un uomo come Galileo doveva intraprendere ai suoi tempi. Ad esempio, una volta deciso di dedicarsi alla matematica e alla filosofia naturale (contravvenendo ai desideri del padre che lo avrebbe voluto medico), uno come Galileo doveva spiegare che tipo di evento fosse l’apparizione nel cielo di una nova. Però il punto fondamentale non era certo la “spiegazione”, così come la intenderemmo oggi, del fenomeno in sé, quanto la sua localizzazione: e questo non per ragioni analitiche, ma meramente filosofiche. Una nova esplose davvero nel cielo dell’Ottobre 1604, e la diatriba che subito si accese mirava solo a capire se quella nuova stella mettesse o no in discussione la cosmologia aristotelica. Nessuna variazione era possibile, secondo Aristotele, oltre il cielo della Luna, e pertanto la nova doveva essere più vicina alla Terra di quanto lo fosse il suo bianco satellite, altrimenti l’immutabilità delle sfere celesti sarebbe stata messa in discussione. Galilei non prova a contrapporre a questa opinione autorevolissima la sua retorica, ma passa semplicemente a tentare di triangolare la stella. Se questa fosse stata davvero così vicina, sospesa nel cielo in un punto non troppo distante dalle nostre teste, allora la sua parallasse avrebbe dovuto diventare facilmente evidente. Non è tanto il coraggio di opporsi all’idea consolidata aristotelica che stupisce, in un episodio come questo, quanto il coraggio – puramente intellettuale – che lo conduce a pensare che siano in qualche modo “sperimentabili” anche oggetti intangibili come quelli che popolano il cielo. È davvero rivoluzionario, come approccio, e bastano pochi esempi a dimostrarlo: quando insegna all’Università di Padova, troverà tra gli studenti proprio i medici, coloro dei quali aveva rifiutato la carriera. Ma se oggi è considerato del tutto naturale che i medici affrontino almeno un esame di fisica nel loro cursus studiorum, allora le cose erano ben diverse, se non altro perché la fisica così come la intendiamo oggi doveva ancora essere inventata proprio da Galileo. Cosa ci facevano allora i medici secenteschi a lezione da Galileo? Imparavano l’astronomia: era ritenuto doveroso per gli esperti di medicina saper redigere un oroscopo dei pazienti che avevano in cura.

È in questo Seicento contraddittorio che le misurazioni di Galileo devono lentamente trasformarsi in una “nuova scienza”, ma le difficoltà sono sempre maggiori di quanto sia possibile renderle in un veloce racconto. Difficoltà meramente scientifiche, ad esempio: un lettore contemporaneo potrebbe meravigliarsi del fatto che fosse ancora sub iudice la teoria eliocentrica copernicana anche dopo che Galileo, puntando il suo “perspicillum” (nome con il quale il pisano chiamava il cannocchiale, strumento che non fu lui ad inventare, ma a migliorare di molto e, soprattutto, a trasformare in strumento scientifico) su Venere, aveva notato che il pianeta mostrava fasi al pari della Luna (“Cynthiae figuras aemulatur mater amorum”, “la Madre degli amori – Venere – imita le forme di Cinzia – la Luna”). Non era più sostenibile il sistema geocentrico tolemaico, se al centro dell’obiettivo un pianeta campeggia mostrando “un quarto di Venere”, e di conseguenza il sistema copernicano avrebbe dovuto imporsi automaticamente. Ma non fu così, perché il sistema ticonico reggeva comunque alla prova delle fasi di Venere, ed era tale sistema il principale campione del geocentrismo nelle accademie d’Europa: quello di Tycho Brahe, sommo astronomo danese. Il suo sistema prevedeva la Terra immobile e situata al centro dell’Universo, con il Sole e la Luna che le giravano attorno. Il Sole, nella sua orbita geocentrica, trascinava con sé tutti i pianeti, che invece orbitavano attorno ad esso. Non era facile scardinare questo sistema di compromesso tra l’eliocentrismo e il geocentrismo perché gran parte degli argomenti a favore della teoria copernicana finivano dentro il sistema ticonico parzialmente eliocentrico, che in più aveva il vantaggio – per così dire – di mantenere “immobile” la Terra, dando soddisfazione a coloro che sostenevano che se la Terra fosse davvero in moto attorno a qualche cosa, dovremmo sentire un gran vento sulla faccia quando guardiamo nelle direzione del moto. Del resto, l’inerzia e il principio di relatività del moto doveva poi scoprirli sempre Galileo, quindi non erano argomenti che il nostro potesse usare “d’autorità”.

Ciò non di meno, le difficoltà principali cui dovette far fronte Galileo furono quasi sempre angustie di ordine diverso da quello scientifico. Quando il pisano oppose all’opinione comune che voleva la supernova del 1604 essere evento “terrestre” e non “celeste” perché la nova non aveva parallasse sensibilmente diversa dalle altre stelle fisse, subì gli attacchi dei filosofi, specialmente quelli dell’ateneo padovano nel quale operava. La critica principale era, come al solito, obiezione di ruolo e privilegio, non certo corroborata dai fatti: solo ai filosofi spettava indagare e parlare della struttura del mondo, e gli astronomi devono limitarsi ai meri calcoli. Quando questo atteggiamento dovesse infastidire Galileo lo si può immaginare rileggendo cosa fa dire in merito a Simplicio, il personaggio che nei suoi dialoghi ricopre il ruolo del difensore dell’aristotelismo e del sistema tolemaico:

“I filosofi si occupano sopra gli universali principalmente; trovare le definizioni ed i più comuni sintomi, lasciando poi certe sottigliezze e certi tritumi, che son poi più tosto curiosità, a i matematici.”

In questa ricerca di universali era davvero importante che la Terra rimanesse fissa e immobile e, soprattutto, centrale. I maggiori professori al Collegio Romano non erano poi così legati ad Aristotele quanto si tende a credere: ad esempio, come si è visto, erano ben disposti a lasciar cadere il sistema di Tolomeo, se quello di Tycho meglio rispondeva alle esigenze; ma la centralità della Terra non poteva essere messa in discussione. La Terra era la metafora della Chiesa stessa: le tempeste che arrivavano dai protestanti del Nord toglievano autorità al centro di potere ecclesiastico, e rivendicavano per la “periferia” liturgica gli stessi diritti e lo stesso potere della Chiesa di Roma. È difficile resistere alla tentazione di leggere nella rabbia della Chiesa contro il sistema copernicano una forma di reazione del centro dell’universo cattolico contro la periferia ribelle. Può certo essere solo una coincidenza storica, ma il primo serio confronto che Galileo ebbe con la Chiesa che gli veniva a chiedere conto del suo copernicanesimo è datato 1616. Prima dello scoppio della Guerra dei Trent’anni, prima del Sacro Macello in Valtellina, il Sant’Uffizio ammonisce Galileo Galilei, gli ricorda che la dottrina copernicana è contro le Sacre Scritture: ma il monito scritto dal cardinale Bellarmino ben precisa che lo scienziato non ha compiuto alcun atto di abiura in proposito. Ma l’abiura arriverà, diciassette anni più tardi.

Quando gli studenti di liceo incontrano per la prima volta la figura di Galileo, restano di solito affascinati dalle scoperte e dalla forza innovativa del suo pensiero. Si divertono all’idea dello scienziato che sale sulla Torre di Pisa per lasciar cadere dei pesi diversi, poco fidandosi di quanto scritto in merito duemila anni prima da un filosofo greco; lo seguono nell’osservazione del pendolo, nella descrizione del moto osservato dalla stiva d’una nave, si entusiasmano nel vedere rivoluzionare l’astronomia tramite pochi mesi d’osservazione dentro un cannocchiale. E si sentono orgogliosi e fieri nel vedere il nome di Galileo innalzato tra i grandissimi della scienza, con pochissimi altri nomi degni di essergli posti al fianco. Però, rimane sempre quella piccola delusione finale: l’abiura. “Ah, Galileo, perfetto prototipo di genio e d’eroe, non potevi proprio evitare d’abiurare? Non potevi alzare il fiero mento, evitare di pronunciare quelle parole, e affrontare a testa alta, da vero eroe dei film di Hollywood, le inevitabili conseguenze?”. L’affetto degli studenti verso il padre della fisica perde un po’ di vigore, a questo punto, quasi l’aver abiurato togliesse un po’ di verità scientifica anche alle sue idee.
Però gli studenti, e tutti noi con loro, dovrebbero sempre ricordare che cosa fosse la disobbedienza alla Chiesa nel 1633. Con l’Europa insanguinata da guerre di religione, con re e papi disposti santificare o maledire la medesima crudeltà verso il prossimo, se questa veniva a favore o contro i propri immediati interessi. Nel 1616, sotto il regno di Paolo V, il sistema copernicano viene marchiato come infame; nel 1633, sotto il regno di Urbano VIII che, con il nome secolare di Maffeo Barberini, si era mostrato ammiratore e quasi amico di Galileo, le cose dovrebbero andar meglio per il fisico pisano, e invece vanno assai peggio; e questa cosa, da sola, mostra che i tempi sono cambiati. Le modalità, gli intrighi, le false accuse e le false prove che portarono al processo contro Galileo sono troppo complesse per essere riportate qui con un minimo di efficacia narrativa. Riportiamo questa brevissima sintesi rubata ad una storia dei papi:

“…come pure la recente riabilitazione di Galilei voluta da Giovanni Paolo II non annulla l’infamia del processo che il famoso scienziato subì sotto Urbano VIII nel 1633; dopo il “rigoroso esame”, cioè dopo la tortura, egli fui costretto ad abiurare un’opera uscita con l’Imprimatur, che secondo l’accusa egli aveva estorto in modo fraudolento.” [Claudio Rendina: “I papi, storia e segreti”, Newton 1999]


E forse ciò che maggiormente stupisce sono proprio quelle due parole, “rigoroso esame” che oggi, se lette fuori da qualsiasi contesto, quasi inevitabilmente fanno pensare ad una qualche indagine profonda con carattere scientifico, e pertanto di natura, in senso lato ed ampio, galileiana. E invece erano parole che nascondevano e al tempo stesso palesavano l’avvenuta tortura dell’imputato; violenza metodica e premeditata, per ottenere la “conoscenza” meno scientifica possibile, ovvero una confessione estorta. Era un vecchio di settanta anni, quello che fronteggiò il Tribunale dell’Inquisizione nel Giugno del 1633: un vecchio scienziato che si vedeva costretto a rinnegare e a perdere tutto il lavoro della sua vita.

Un vecchio di settanta anni, torturato e avvilito, che aveva fatto della ricerca della conoscenza la ragione della sua vita, fu costretto a leggere il testo con cui rinnegava le idee che popolavano il suo libro più bello e famoso. Il maggiore intellettuale italiano dell’epoca fu costretto a dichiarare di essere in errore, di sbagliare, di aver condotto per tutta la vita idee e azioni da persona stupida e non intelligente. Sapendo certo che tutto quanto avrebbe dichiarato durante l’abiura lo avrebbe successivamente costretto all’isolamento assoluto, agli arresti domiciliari in Arcetri, alla totale scomparsa dalla scena scientifica e accademica d’Europa. Certo sapendo che il testo integrale dell’abiura sarebbe stato accuratamente letto e diffuso in tutte le piazze importanti del continente, al fine di svergognarne totalmente ogni merito intellettuale. Per la precisione, l’atto di abiura verrà letto per ordine del Sant’Uffizio a Firenze, Siena, Padova, Bologna, Napoli, Vicenza, Venezia, Conegliano, Brescia, Ferrara, Vienna, Udine, Perugia, Como, Pavia, Faenza, Milano, Crema, Cremona, Reggio Emilia, Bruxelles, Mantova, Gubbio, Pisa, Liegi, Colonia, Casale, Wilna, Novara, Piacenza. L’efficacia dell’istituto dell’abiura contro gli intellettuali ritenuti pericolosi era naturalmente commisurata solo alla grande diffusione che l’abiura stessa doveva avere al cospetto di tutti gli altri intellettuali del continente.

Forse, se il vecchio pisano avesse avuto la forza di resistere alle torture fisiche e psichiche, avrebbe davvero potuto risparmiarsi il dolore di pronunciare queste parole:

Atto di Abiura



Io Galileo, figlio di Vincenzo Galileo di Fiorenza, dell’età mia d’anni 70, constituto personalmente in giudizio, e inginocchiato avanti di voi Eminentissimi e Reverendissimi Cardinali, in tutta la Republica Cristiana contro l’eretica pravità generali Inquisitori; avendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo Sant’Offizio, per aver io, dopo d’essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il Sole sia centro del mondo e che non si muova e che la Terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato vehementemente sospetto d’heresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il Sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova. Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e d’ogni fedel Cristiano questa vehemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li sudetti errori et heresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, heresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più ne asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun heretico o che sia sospetto d’heresia lo denonziarò a questo Sant’Offizio, o vero all’Inquisitore o Ordinario del luogo, dove mi trovarò. Giuro anco e prometto d’adempire e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo Sant’Offizio imposte; e contravenendo ad alcuna delle dette mie promesse e giuramenti, il che Dio non voglia, mi sottometto a tutte le pene e castighi che sono da’ sacri canoni e altre constituzioni generali e particolari contro simili delinquenti imposte e promulgate. Così Dio m’aiuti e questi suoi santi Vangeli, che tocco con le proprie mani. Io Galileo Galilei sodetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obligato come sopra; e in fede del vero, di mia propria mano ho sottoscritta la presente cedola di mia abiurazione e recitatala di parola in parola, in Roma, nel convento della Minerva, questo 22 giugno 1633.
Io, Galileo Galilei ho abiurato come di sopra, mano propria.
 
E se avesse avuto la forza di farlo, avrebbe forse davvero guadagnato anche il totale rispetto dei ragazzi che inseguono gli eroi che non cedono di fronte a nessuna ingiustizia, che non arretrano di fronte a nessuna minaccia.

Ma a noi, forse perché non siamo più ragazzi, non dispiace che il grande vecchio abbia accontentato il Santo Uffizio, leggendo e pronunciando quelle frasi e abiurando le sue stesse idee. E non abbiamo bisogno neanche della bella leggenda che lo racconta colpire col piede la Terra, ancora nell’aula dell’Inquisizione, mormorando a sé stesso “E pur si muove!”. Ci basta l’idea che con l’abiura si sia guadagnato almeno altri otto anni di vita nella sua Arcetri, accudito dalla figlia. Ci auguriamo che, da uomo, sia riuscito a cogliere da quegli anni la serenità sufficiente a farlo sentire in pace con il mondo. Le sue idee sono rimaste accese e luminose molto più a lungo delle idee di coloro che lo hanno costretto al carcere, alla tortura e all’infamia: ci piacerebbe molto se, in un momento di lungimiranza nei suoi ultimi anni d’Arcetri, si fosse reso conto che questo sarebbe inevitabilmente dovuto succedere.

Tratto da : Le Scienze – Blog  


 

lunedì 14 febbraio 2011

LNI Newsletter nr. 16


Miami Winter Regatta

Riccardo Simoneschi al timone di Audi Melges 24 ha vinto la Miami Winter Regatta.

Un secondo e un primo posto ottenuti agevolmente eaffrontando un vento da nord tra gli 8 e i 13 nodi, anche molto variabile.



MELGES 24 (Dopo 6 gare)
1.) Riccardo Simoneschi, Audi; 1-2-1-2-[2]-1 = 7
2.) Brian Porter, Full Throttle; [DNS/17]-1-2-7-3-2 = 15
3.) Kristen Lane, Team Brickhouse; 812; 2-5-3-1-5-[7] = 16
4.) Cary Seigler, Rock Steady; 6-3-5-3-1-[4] = 16
5.) Guy Mossman, Battle Rhythm; 4-4-[6]-5-4-5 = 22

“Abbiamo lavorato bene – ha raccontato Riccardo Simoneschi – siamo riusciti ad ottenere dei risultati più convincenti anche se il lavoro e i test dei materiali sono ancora in corso. Sono soddisfatto del team che mi accompagna a bordo di Audi Melges 24, con Lucia Giorgetti, Gabriele Benussi, Vittorio Rosso e Michele Cannoni siamo un bel gruppo di professionisti che gira bene e il risultato di questo week end ne è la dimostrazione.”

Audi Melges 24 ancora con Riccardo Simoneschi alla Bacardi Cup (sempre a Miami a metà marzo).

sabato 22 gennaio 2011

Vela e incidenti, Miceli e Picciolini sbarcano alle Azzorre

Vela e incidenti, Miceli e Picciolini sbarcano alle Azzorre

Posted By Zerogradinord On 21 gennaio 2011 @ 23:11

Vela e indicenti – Flores – Alle 15.00 GMT di domani sabato 22 gennaio 2011 la motonave Delia che ha recuperato in Atlantico Matteo Miceli e Tullio Picciolini farà sbarcare i due velisti italiani sull’isola di Flores, nell’arcipelago delle Azzorre. La nave non potrà fermarsi in porto per una questioni di tempi e di costi. Un attracco non solo farebbe perdere alla Delia molte ore rispetto alla sua tabella di marcia, ma porterebbe anche l’armatore a sostenere i costi dell’approdo.

Tullio e Matteo verranno presi a bordo di una lancia al largo dell’isola e trasportati a Flores dove verranno sottoposti ad una prima visita medica. Matteo, nei tentativi di tagliare le vele per raddrizzare Biondina Nera, ha riportato un taglio alla mano e potrebbe anche avere una infrazione ossea. Ovviamente Matteo nega e sostiene di stare benissimo, ma questo lo diranno i medici.

Il giorno successivo, domenica 23 gennaio, è previsto il trasferimento ad Horta e la partenza per Lisbona, da dove Matteo Miceli e Tullio Picciolini rientreranno a Roma in serata.

Matteo, conosciuta la buona notizia, ha scritto una lettera ai genitori della quale omettiamo le parti private, ma che descrive l’accaduto come mai prima d’ora: “Peccato, eravamo in vantaggio sul record e stavamo navigando veramente conservativi con le vele molto ridotte con l’onda che si era calmata e una luna che illuminava la nostra strada. La scuffia l’abbiamo messa in conto già dalla prima giornata. Infatti al secondo giorno una grossa onda ci ha fatto ingavonare e scuffiare in avanti e in quell’occasione, in venti minuti neanche, l’abbiamo subito raddrizzata”.

“Purtroppo la notte del 17 non è stato così: con la violenza della scuffia l’albero si è spaccato a metà. Informati subito gli uomini sicurezza di rimanere in stand by, iniziava un nostro grande lavoro per mettere tutti gli apparati in sicurezza e cercare di rimetterla in piedi. E’ stato impegnativo con la barca sotto sopra tagliare tutte le cime le vele e liberare il troncone di albero che pensavamo di utilizzare per il raddrizzamento. Lgicamente per fare tutto questo abbiamo aspettato il mattino per non rischiare di rimanere impigliati. In quel frangente ho pure dormito abbracciato alla deriva! Con grande amarezza non ce l’abbiamo fatta. Bastava raddrizzarla e con un armo di fortuna arrivare, anche senza un record e soprattutto senza disturbare nessuno. Peccato, abbiamo fatto veramente di tutto, siamo riusciti a legare questo tronco d’albero in obliquo sullo scafo sotto vento e con il nostro peso in cima non ci siamo riusciti a metterla dritta. Le terrazze inverse ci hanno impedito il raddrizzamento e da li abbiamo pensato al soccorso che, per come navigo, è veramente l’ultima ipotesi. Tra l’altro eravamo anche sicuri che con il nostro recupero avremmo dovuto abbandonare quel catamarano che, in tutti questi anni, mi ha riempito la vita d’impegno, sacrificio, ma anche di tante soddisfazioni e vostre pene”.

“Il recupero della nave è stato veramente difficile. Una nave di duecento metri non si ferma e non manovra facilmente, figuratevi quando ci sono trenta nodi e cinque metri d’onda. Però il Comandante e il suo equipaggio, che sono addestrati a questo, hanno fatto un ottimo lavoro. Hanno fatto un primo giro intorno a noi. Il secondo giro, sempre con noi in contatto radio, sono stati un po’ veloci e abbiamo scarrocciato troppo lungo la murata: che elica grande che ha! Ma al terzo giro si sono riusciti a fermarsi con la loro prua vicino a noi e li è toccato a noi nuotare e arrampicarci su queste scalette di corda. Lì un po’ di panico, ti senti veramente piccolo davanti a un palazzo di venti metri che non riesci ad acchiappare, che fa su e giù e rolla come un’altalena con l’onda frangente. In piu avevo un bel fagotto che mi trascinavo di tutta l’elettronica (tra l’altro in parte anche prestata)”.

“Erano diversi giorni che stavamo cercando di scendere prima del loro sbarco in Islanda previsto a fine mese e solo questa mattina la buona notizia: il Comandante devia la barca per Flores dove arriveremo sabato pomeriggio grazie al permesso dell’armatore che deve prendersi altri costi di carburante e tempi di ritardo per allungare la strada e scaricarci prima.
Che strana storia! L’idea del catamarano nasce e sbarca qui alle Azzorre con Andrea Gancia dopo un trasferimento dalle Bermuda di un 70 piedi e finisce qui con questo sbarco”.

“Ora vado, il lavoro mi chiama. Mi hanno messo a ramazzare il ponte e a Tullio a lavare le gamelle! Scherzi a parte qui ci trattato da signori e ogni sera il Comandante, che vieta alcool a bordo, ci invita a fare un brindisi per averci salvato la vita. Figuratevi io che sono quasi astemio!”.

“Non preoccupatevi, la prossima barca è studiata per raddrizzarsi anche capovolta a 180 gradi: è una delle prove obbligatorie per fare il giro del mondo”.


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sabato 1 gennaio 2011

Rolex Sydney Hobart, tempesta nello Stretto



Articolo By Zerogradinord On 27 dicembre 2010 @ 23:46
  
Rolex Sydney Hobart – Hobart – Come da previsioni, oggi la flotta della Rolex Sydney Hobart Yacht Race è stata travolta da forti venti di 40-50 nodi da ovest-sudovest e mare in tempesta. Nove yacht si sono ritirati con ingenti danni ma tutti gli equipaggi sono incolumi. Alle 15.42 locali, il 27 metri Yuuzoo di Ludde Ingvall si è ritirato con danni strutturali e al rigging. Non ci sono stati forniti dettagli precisi, ma alle ore 18.00 lo yacht aveva trovato riparto a Port Eden.
Il ritiro del maxi ha dato il via a una lunga serie di defezioni: il Sydney 38 Swish, il Reichel-Pugh di 46 piedi Shamrock, il Volvo 60 Southern Excellence e il Nelson Marek 52 Wot Eva hanno abbandonato la regata a causa di danni vari causati dal vento e dalle enormi onde.
Dodo di Nick Athineos si è diretto a Eden per sbarcare un membro dell’equipaggio che si era fratturato un braccio, ma non si è ritirato dalla regata. A bordo hanno registrato raffiche di 45-50 nodi.
Il 44 piedi Bacardi di Martin Power ha rotto l’albero 35 miglia a est di Batemans Bay, circa a metà strada della costa australiana del New South Wales. “Mentre vi sto parlando, stiamo organizzando le operazioni di soccorso qualora siano necessarie” ha commentato il Commodoro del Cruising Yacht Club of Australia Gary Linacre, appena arrivato a Hobart.
Alle 18.20, il 14 metri Exile di Rob Reynolds ha riportato danni alla timoneria e si è ritirato. Poco dopo, il celebre supermaxi australiano Brindabella di Jim Cooney ha abbandonato la regata dopo aver subito ingenti danni alla randa. Alle 19.05 il Beneteau 57 Alchemy III di Jarod Ritchie si è ritirato per rotture al boma e si è diretto a Sydney.
In un’intervista telefonica delle 18.30 con l’equipaggio di Wild Oats XI, il favorito della regata e attuale leader in tempo reale, Ian Burns ha commentato: “Qui nello Stretto di Bass la botta di vento ha lasciato un mare molto incrociato. Per fortuna la situazione finalmente si sta stabilizzando. Fra un paio d’ore dovremmo avere mare un pò più calmo e probabilmente 10-15 nodi di vento”.
Burns ha aggiunto: “Stamattina il passaggio di Gabo Island è stato davvero arduo, abbiamo dovuto rallentare la barca per evitare danni strutturali. Abbiamo dovuto ridurre al minimo la superficie velica e concentrarci al massimo per evitare di picchiare sulle onde: è stata una vera impresa. C’erano raffiche fino a 40 nodi e quando c’è così tanto vento nello Stretto di Bass, i giochi si fanno davvero pesanti. L’equipaggio è stato fantastico. E’ un piacere osservarlo all’opera. A prua le condizioni erano inumane, con continue ingavonate di oltre un metro. I ragazzi a prua hanno effettuato molteplici cambi di vele senza problemi. Gli equipaggi sono in pieno ritmo, ora inizia la seconda parte della regata”.
Le previsioni per la notte indicano venti da ovest-sudovest di 25-35 nodi, con isolati groppi e raffiche fino a 40 nodi e a seguire un calo a 20-25 nodi, con groppi, piovaschi e mare molto mosso. Nella notte le onde dovrebbero diminuire a 2-3 metri.
L’attuale leader della classifica overall in tempo compensato è il 63 piedi Loki di Stephen Ainsworth, che naviga a circa 80 miglia a sud est di Gabo Island.
Il resto della flotta della Rolex Sydney Hobart sta continuando il suo faticoso cammino verso Hobart. Tra le rimanenti settantasette barche figurano sei iscritti stranieri provenienti da USA, Regno Unito, Italia, Francia e due barche con equipaggi in parte russi; ci sono inoltre barche provenienti da sette degli otto stati e territori dell’Australia.

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